La Storia secondo Stella Dicasagrande (Archeologia)

Aggiornamento: feb 10

Conosciamo insieme Stella Dicasagrande, archeologa e guida turistica, innamorata di entrambi i suoi lavori. Durante il tempo libero è alla costante ricerca di nuovi musei o angoli di mondo da esplorare per poi farli conoscere. Da 19 anni si occupa anche di rievocazione storica, perché crede fortemente che testare sul campo oggetti, abiti e suppellettili storici sia il modo migliore per comprendere il passato a 360°.


Ma lasciamo a lei la parola.



Quanto è importante e seguita ad oggi l'archeologia in Italia?


È una domanda a cui non si può rispondere in breve. L’archeologia è importante perché tutela il nostro passato, le nostre radici: i beni archeologici sono beni dello Stato, e come tali appartengono a tutti noi. Dovrebbe essere un interesse primario quello di tutelarli e valorizzarli; purtroppo noi archeologi ci scontriamo quotidianamente con la realtà dei fatti: incuria, indifferenza, mancanza di fondi, cattiva gestione. Questo accade anche a causa di un sentire comune: la cultura è “un di più”, qualcosa di non essenziale, qualcosa che solo chi è ricco si può concedere. Nella storia recente, un Ministro della Repubblica ha avuto il coraggio di affermare che “con la cultura non si mangia”: che messaggio pensiamo sia arrivato all’uomo della strada? Del resto lo abbiamo appurato durante questa pandemia: i musei, solitamente deserti, luoghi dove si sta in silenzio e dove quindi il contagio sarebbe pressoché impossibile, sono stati chiusi; la stessa cosa è accaduta per teatri e cinema. Si è affrontata la pandemia in termini quasi prettamente economici, e infatti i centri commerciali sotto Natale sono rimasti aperti. D’altra parte, però, le notizie a carattere archeologico hanno sempre un buon risalto sui media: pensiamo alle ultime scoperte fatte a Pompei (il thermpolium con i suoi strepitosi affreschi), alla risonanza che hanno avuto anche all’estero; i programmi di divulgazione come Ulisse e gli approfondimenti di Rai5 e Rai Storia hanno un grande seguito, e danno un contributo fondamentale al rendere accessibile una materia così di nicchia. Tutto questo per dire che a parole l’archeologia è importante, che è molto seguita e fa notizia, ma che non ha ancora raggiunto quella dignità che le permetterebbe di non essere più considerata qualcosa di folkloristico, e che consentirebbe all’archeologo di non essere visto come un “Indiana Jones de noartri” o, peggio, qualcuno che passa il suo tempo a spolverare cocci di ceramica. Un incompreso e un improduttivo, in definitiva.


Cosa è la storia per lei e cosa l'ha avvicinata ad essa.


Il mio primo libro di Storia è stato il sussidiario di terza elementare, si chiamava Prisma e dentro le sue pagine mi sono avvicinata per la prima volta al concetto di Storia. Ricordo distintamente di aver pensato “io voglio fare questo per tutta la vita”, ovvero “io voglio occuparmi del passato in tutte le sue forme”: insomma è stato un colpo di fulmine che dura immutato da allora. Dapprima sono stata “morsa dall’anatra dei geroglifici”, un modo di dire che utilizzava Champollion per descrivere coloro che erano stregati dall’Egitto; poi al Liceo Classico ho incontrato il Latino e il Greco, ed è stata una passione totale per le civiltà classiche: sono arrivata a pensare e poi sognare in lingua Latina. L’elemento costante a tutto il mio percorso, però, è stato l’amore per l’Archeologia: cosa rara per una aspirante archeologa, non mi sono mai vista nei panni di Indiana Jones, a cercare improbabili tesori, bensì ho sempre avuto il desiderio di mettere le mani nella terra, di mettere in salvo l’antico vaso -come dice quella pubblicità- non per il suo valore monetario (che -lo voglio ricordare- è quasi sempre pressoché nullo), quanto per l’urgenza di preservare un frammento di un passato che ho sempre acutamente percepito come fragile, labile, eppure degno di essere raccontato. Ed ecco come sono passata dall’essere archeologa a essere anche guida turistica: dopo aver contribuito a salvare un tassello di Storia, ho sentito altrettanto forte l’urgenza di narrarlo, affinché non solo io lo conoscessi: non vi è alcun senso, infatti, nel ritrovamento archeologico se poi questo non viene diffuso e divulgato. E cosa c’è di meglio che sentirsi raccontare un ritrovamento da chi direttamente lo ha compiuto, o quasi?


Quali sono le sue due epoche storiche preferite e perché.


Se potessi tornare indietro nel tempo mi piacerebbe moltissimo visitare la Roma degli ultimi anni della Repubblica, agli esordi di Giulio Cesare. Credo che fosse una Roma assai diversa da ciò che sarebbe diventata sotto l’Impero, forse meno complicata, meno ricca di intrighi, ma più genuina. Senza contare che mi toglierei la soddisfazione di sentire come veniva pronunciato il Latino! Ho poi una passione smodata per l’arte del pieno Medioevo, diciamo tra la fine del Duecento alla metà del Quattrocento: anche qui, mi piacerebbe conoscere di persona il mondo che è riuscito a produrre tali vette di bellezza artistica.


Quali sono i suoi due personaggi storici preferiti e perché.


Un giorno in uno scavo archeologico ho trovato una piccola lama di selce scheggiata; l’ho pulita alla bell’e meglio, e mi sono presa qualche minuto per guardarla bene. Non è semplice descrivere la sensazione di vertigine che mi ha colto appena le mie dita ne hanno saggiato il filo: era come se un ponte mi collegasse direttamente all’ignoto artigiano che l’aveva creata, millenni prima. Un ponte al di là del tempo e dello spazio, che collegava l’uomo della pietra scheggiata alla donna dello smartphone. Un ponte che annullava ogni tipo di distanza che poteva esistere tra noi. Finché riuscirò a rivivere questa emozione, e avrò il privilegio di avere tra le mani le loro tracce, i miei personaggi preferiti saranno i nostri ignoti progenitori di ogni epoca.

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