Intervista a Riccardo Mardegan "Il Diario di Federmann"

Intervista esclusiva a Riccardo Mardegan, coautore de "Il Diario di Federmann".


Il nostro passato è spesso raccontato citando grandi personaggi, protagonisti di fatti che hanno cambiato il corso della Storia.

Talvolta capita però di imbattersi per caso in uomini e donne poco conosciuti al pubblico, rimanendone affascinati.





E' il caso di Nikolaus Federmann, esploratore e conquistador tedesco che fu attivo in alcune colonie di Venezuela e Colombia. A raccontarci la sua storia ci hanno pensato Riccardo Mardegan e Francesco Saverio Ferrara scrivendo un libro.


Quest'ultimo è letteralmente la prima traduzione in italiano del Diario di Federmann, che racconta uno dei suoi viaggi nel Sud America del 1530.


Pubblicato dalla popolare Zhistorica - Libreria Universitaria, il libro ci dona un meraviglioso spaccato della vita di un conquistador del XVI secolo, una vita fatta di esplorazione di terre sconosciute, lotte con cannibali, malattie mortali e scontri con animali feroci. Presenta una splendida prefazione, che fa calare il lettore nel periodo storico trattato, dandoci tutte le informazioni necessarie sul contesto mondiale.


Invitandovi alla lettura ecco per voi in eslusiva l'intervista a Riccardo Mardegan.


1 - Raccontaci in poche parole quale e quanto lavoro è richiesto per realizzare un libro come "ll Diario di Federmann".


Lo studio e la scrittura de Il Diario di Federmann mi hanno impegnato complessivamente per un anno e mezzo, anche se per la verità in quel periodo non mi sono occupato esclusivamente in quel progetto. Per essere precisi direi che la parte più sostanziosa è stata lo studio della fonte primaria (il diario stesso) nelle sue traduzioni francese e spagnola, mentre un’altra parte molto importante è stato lo studio dei documenti riguardanti Federmann conservati attualmente all’Archivo General de Indias di Siviglia. Lì ho trovato l’altra faccia della medaglia: processi per frode, lettere al re e cronache di merito. Avrei voluto inserire tutto, ma il libro sarebbe diventato tutt’altro che un “agile volumetto” come avevamo concordato con l’editore, e quindi ho preferito conservare il materiale per il futuro.


2 - Grazie a " Il Diario di Federmann" ci hai dato la possibilità di scoprire una figura storica che non conoscevamo, quanto ritieni sia importante permettere ai lettori di venire a conoscenza personaggi come Federmann?


La storia dell’Ottocento era pensata quasi esclusivamente per la narrazione delle “grandi” vicende di “grandi” uomini come papi, imperatori, generali, etc. Successivamente, la storiografia dei primi anni del Novecento, in particolare di lingua francese, ci ha liberati da questo bisogno di ricerca dell’eccezione facendoci scoprire la Storia per come la intendiamo noi: lo studio e la ricostruzione dell’uomo “comune”. Federmann non ha avuto nemmeno un centesimo della fortuna di Hernando Cortés o di Francisco Pizarro, piuttosto è un conquistador fallito, che non è riuscito a ottenere le immense ricchezze che anelava e, proprio per questo, mi è sembrato un ottimo caso di studio del “conquistador medio”, un ottimo esempio per raccontare com’era veramente la vita di un uomo che conoscendo solamente il mestiere delle armi, si imbarcava da Sanlúcar de Barrameda cercando di dominare un mondo esotico e selvaggio come l’America del XVI secolo.





3 - Nel diario viene descritto che durante il viaggio Federmann ha vissuto esperienze a dir poco incredibili: scontri con indigeni armati di dardi avvelenati, rapimenti, malattie, la scoperta di territori inesplorati, persino vedere un frate affrontare una tigre armato di alabarda. Quali sensazioni hai percepito mentre lavoravi alla traduzione?


Per quanto sia impossibile azzerare completamente la distanza tra l’autore e il lettore durante lo studio di un qualsiasi testo, la deformazione professionale dello storico (se vogliamo chiamarla così) è il dubbio sistematico. Le parole di Federmann, che giura di riportare la verità, sono spesso incredibili e suscitano empatia, ma la deontologia ci impone di setacciare e soppesare ogni espressione e, se possibile, ogni parola. Ricordo un episodio, che viene citato da Irving Leonard in Books of the Brave (1949), nel quale durante le pause della campagna militare in Peru, gli uomini di Pizarro si trovavano per leggere assieme un capitolo di un romanzo cavalleresco su Amadís, un ciclo molto in voga all’epoca che ha diversi punti in comune con il nostro Orlando per intenderci, nel quale il protagonista affrontava da solo un’orda di nemici ammazzandone centinaia. Il resoconto che studia Leonard ci assicura che il giorno successivo un portoghese che aveva assistito alla lettura si scagliò ferocemente contro l’esercito nemico in solitaria, venendo salvato dai commilitoni per il rotto della cuffia. La cosa sorprendente è che quando i compagni gli chiesero perché mai avesse fatto una pazzia del genere, il portoghese rispose che se poteva farlo Amadís, poteva farlo anche lui. Quello che voglio dire riportando questo esempio, è che gli uomini delle imprese americane erano pesantemente influenzati dalla loro cultura visiva e non, al punto che gli elementi che noi reputiamo “fantastici” erano semplicemente rubricati nella sfera dell’”improbabile ma possibile”. Quindi attenti a dare per certo l’affermazione di un testimone oculare, perché non si puoi mai sapere quanto avesse intenzione di imitare Amadís nella sua impresa!


4 - Cosa è la storia per te e cosa ti ha avvicinato ad essa?


Direi che la Storia prima di essere una disciplina scientifica è soprattutto un’attitudine mentale. Non è facile essere quello che in una discussione scherzosa con gli amici si trova a dire “Sì, ma è più complesso di così” oppure “Sì, ma dobbiamo considerare il contesto”, anche se qualcuno dovrà pur farlo! Scherzi a parte, sono una di quelle poche persone che (per ora) è riuscita a far coincidere il lavoro con la passione e, specialmente visti i tempi che corrono, spero che la cosa possa durare. Riguardo al mio avvicinamento alla storia, ci sono una serie di ragioni ma per dare un solo aneddoto, da ragazzino ero un consumatore seriale delle “Brutte Storie” di Terry Deary, Peter Hepplewhite e Neil Tonge. Erano delle bislacche monografie su varie civilizzazioni in cui si sottolineavano gli elementi più macabri e assurdi, credo che oggigiorno sarebbero davvero impubblicabili, ma tant’è… Anzi, ripensandoci, che sia stata proprio la mancanza di un politically correct così cogente a suscitare in me ragazzino la passione per la storia? Chissà.


5 - Hai altri progetti letterari in corso d'opera?





Per la verità ho parecchie idee ma nessuna tabella di marcia, purtroppo la situazione sanitaria ha rallentato moltissimo lo studio che sto conducendo per la tesi di dottorato e in questo momento non mi sento proprio di dare spazio ad altri progetti, ma comunque grazie all’aiuto di Diego Morgera siamo riusciti a creare da zero l’Accademia dei Pugni, il primo canale Twitch di divulgazione storica in Europa, quindi non direi di essere proprio fermo!


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